Breve Storia dell’odierno Purgatorio eno-gastronomico

Pubblicato: 26 giugno 2011 in Riflessioni sul Vino

Il tema che affronteremo oggi è un must della letteratura enologica. Ogni eno-scrittore o eno-blogger con almeno dieci/venti articoli alle spalle, infatti, ha toccato, almeno una volta durante il suo percorso di penna, lo scottante tema afferente la non perfetta proporzionalità esistente tra l’avanzare della società del consumo e la scelta della qualità del vino.

L’argomento, in realtà, è abbastanza risalente, e potrebbe ricondursi al differente ruolo che il vino ha assunto, nelle diverse fasi storiche, prima nelle famiglie, e poi nella ristorazione di massa.

 

Discutere di vino nell’Italia degli anni ’70  o  ‘80, infatti, (fatta eccezione per le regioni del Piemonte e della Toscana), vuol dire interfacciarsi con un qualcosa di profondamente diverso rispetto a ciò che noi tutti siamo abituati oggi. Per rendere l’idea di ciò che stiamo cercando di affermare, basti pensare che prima dell’avvento della moderna cultura enologica, l’unico dilemma da sciogliere, lì dove ci si trovasse nella nobilitata condizione di poter optare tra diverse tipologie di vino, un tempo era rappresenta dalla scelta tra vino rosso e vino bianco. I più fortunati, solo talvolta, potevano divertirsi a pescare, nelle sotto-categorie, tra un vino fermo ed uno mosso. I prescelti tra tutti, invece, erano nella condizione di poter addirittura propendere per un determinato uvaggio tra due o tre disponibili.

Il dato appena enunciato, si noti bene, risale ad un tempo relativamente recente, e rappresenta il fulcro in grado di reggere la discussione che ci accingiamo ad affrontare. Tale elemento, infatti, spiega la difficoltà nonché la diffidenza, manifestata dalla maggior parte dei bevitori, nella capacità di tollerare la presenza in carta dei vini (che di per sé fu un elemento di rottura rispetto alle consuetudini adottate dalla ristorazione convenzionale degli anni ’80)  di bottiglie aventi un prezzo superiore ai 10 euro, oh, pardon.. alle 20 mila lire…

Non sfuggirà al lettore medio il fatto che nei pranzi in famiglia o (a maggior ragione) in quelli al ristorante, la maggiore preoccupazione del capo famiglia negli anni addietro, per evidenti ed inevitabili retaggi culturali, era quello di assicurarsi che il suo gruppo familiare fosse prima d’ogni altra cosa sazio, e poi, solo eventualmente, soddisfatto. Non va per nulla trascurato, d’altronde, che la nostra generazione (costituita dai trentenni in su) è pur sempre figlia di genitori venuti via dalla guerra, e per tanto nulla e nessuno ha potuto e potrà mai cancellare una forma mentis foggiatasi sui valori della necessità e della essenzialità.

Tutto ciò ha generato la costruzione di un’era, in ambio eno-gastronimico, caratterizzata dalla austerità, indotta, come si è avuto modo di evidenziare, dalla storia socio-economica del nostro Paese. Or bene, tale affermazione, lungi dall’essere sentenziosa e generica (io stesso conosco grandissimi esperti di palato fine risalenti al periodo trattato nel presente articolo), è solo il preambolo all’ossatura della riflessione che seguirà in parole.

Ebbene, ciò che si vuole dire, è che l’era attuale è al contempo un periodo di grande agitazione eppure di stasi. La dicotomia appena evidenziata è testimoniabile, ahimè, con svariati esempi. Insomma, non occorre il sesto senso per intuire che viviamo il tempo della cucina molecolare e allo stesso istante proliferano i ristoranti della domenica con menù a prezzo fisso.. sgobbiamo per trovare un’annata di Biondi-Santi in un dato ristorante, per scoprire che la stessa annata vive dietro una bacheca di un grande supermercato di provincia.. passiamo ore a discutere di una sfumatura di un dato vino con un sommelier apparentemente preparato per apprendere, poi, che lui quel vino non lo ha mai assaggiato..

Con ciò si intende rendere manifesto un asserto, ovvero la verità che vive dietro la trepidazione ed il mistero presente nei cambiamenti. Cambiare intimorisce, è innegabile, ed al contempo porta con sé il mistero del divenire.. è per questo che la società cambia lentamente, ed è per questo che, nel mutare, ognuno di noi serba sempre qualcosa del proprio passato.  

In una società del vino come quella odierna, dunque, risulta biologico il doversi districare tra il mondo del vero e quello del falso, tanto da ingenerare nei più assidui frequentatori di questo universo, la  naturale tendenza a non schierarsi mai per intero, nel timore di poter mal valutare qualcosa di vero o falso. Così, la valutazione di un vino, in assenza di una precisa storia di qualità, si riempie di orpelli linguistici tendenti a smorzare il giudizio, e fanno capolino, in presenza costantemente crescente, le parole come abbastanza, mediamente, tendente, e tutto ciò per il timore di esprimersi, lo sgomento di rimanere vittime dell’inganno della società del falso.

Forse un giorno, in un’altra era, ritorneremo ad essere più sinceri e più sicuri di noi, ed impareremo ad usare espressioni come “un falso sommelier mi ha detto che..” oppure a rispondere alla solita domanda post servizio al ristorante qual è “Com’era il vino?” con  “un vino decisamente scadente”.. ma tutto ha un tempo, e questo non è il suo..

Il mondo cambia e cambierà ancora, la penitenza finirà, per ora ci godiamo quest’era di purgatorio intellettuale, in attesa dell’ascensione..

Mauro Illiano (Enone Oneno)

 

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