U.S.A. – Trilogia di una “Coast to Hill” calice al seguito…

Pubblicato: 16 ottobre 2011 in Il Vino in Viaggio

In un’era in cui in ambito enologico l’appiattimento sembra aver preso il sopravvento persino sulle mode del momento, in cui persino i più elementari comandamenti sembrano vacillare sotto i colpi bassi rifilati dai finti esperti e dai professionisti del non sapere, un articolo sui “piccoli” vini statunitensi mi aiuta a tenere viva la speranza che l’originalità, prima o poi, in un luogo o l’altro, possa comunque trionfare. 

WASHINGTON STATE

La breve storia del mio vagabondaggio negli Stati Uniti parte dalle fredde sponde di Seattle, stato di Washington. Una città sorprendente, fatta di alte dita di cemento a fare da diga ai venti, che dall’Oceano Pacifico, attraverso l’estuario di Puget Sound, si sforzano di arrivare in Idaho. Una città impressionante per contrasti, dove la gente corre per andare a lavoro per poi intrattenersi al divanetto di uno Starbucks a scaricare musica per ipod grazie al wi-fi gratuito.. dove oltre la schiera di grattacieli è la natura a regnare.. dove, proprio di fronte a quel waterftont da cartolina vive un’isoletta sulla quale una stoica azienda cerca di imporsi con la genuinità della sua gamma di vini e la generosità delle mani che si aprono e delle schiene che si flettono affinché, alla fine del grande giro disegnato da un anno ogni grappolo d’uva possa arrivare nella sua bottiglia.

 

Ci si arriva a piedi o in bicicletta, dopo aver attraversato lo stretto che separa la grande Seattle dalla piccola isola di Bainbridge. Così, una volta a terra occorre faticare per giungere al bicchiere, attraversando foreste temperate e prati alpini, intervallati da poche costruzioni di legno sulle quali campeggiano insegne inneggianti alla lotta contro la pesca indiscriminata dei salmoni.. non è questa l’America che ti aspetti quando guardi la pubblicità del McDonald lo so.. ma è per questo che viaggio.

Dunque, dopo ripidi sentieri srotolati su zolle instabili di terra si arriva alla Bainbridge Island Winery capolavoro di semplicità, che, più che come un’azienda, appare come un chiosco alle porte del paradiso. Poche le qualità prodotte – Pinot-Gris, Pinot-Noir, Muller-Thurgau, Madaleine Angevine – ma tutti romanticamente curate e tecnicamente valide; vini leggeri e marcatamente francesizzati, fatti con uve sane da mani sapienti, di pronta beva ma di sicura piacevolezza.. oltre i quali, prima di girare le spalle, si viene invitati a saggiare una vera chicca dell’isola, ovvero il vino ottenuto dalla premitura delle fragole e quello di lamponi, vera risorsa storica di quelle lande boschive.. il loro sapore non è descrivibile in parole, non sarebbe giusto costringerlo in una scheda o in un file pdf, il loro sapore è in quelle pedalate in collina, in quelle discese in controvento, in quelle cassette profumate, in quell’universo che vive oltre il mondo del bicchiere..

OREGON STATE

Ok lo ammetto, ero andato a Eugene per visitare il megastore della Nike, roccaforte dei consumisti sportswear, vera Itaca degli shoppers globalizzati. Ma, una volta giunto nelle sue ordinate vie disegnanti rettangoli ad incastro ci misi poco a cambiare idea. Iniziai alzando la testa a dire il vero, per notare quanta attenzione c’era intorno al tema eno-gastronomia. Manifesti lucidi sponsorizzavano le aziende enologiche della Willamette Valley,  ed immensi tabelloni sei metri per sei incorniciavano foto di succulenti piatti di carne fumanti serviti con le più colorate verdure io abbia mai visto. Così, dopo aver messo alle spalle l’intero perimetro cittadino, decisi di comprare un giornale locale per comprendere se ci fosse qualcosa “da fare”. Una grande scelta, decisamente, dal momento che grazie a quel giornale mi accorsi che proprio quel pomeriggio era in programma una degustazione di vini dell’Oregon in un Wine-bar del centro! Inutile aggiungere che mi sembrò un’ottima idea.. Entrai in compagnia di mio fratello e, dopo essere scesi nel seminterrato di quel locale fatto di mattoncini rossicci mi si piòmbò contro il Sommelier, Mark. Un ragazzo giovane, dallo stile naif, zigomi rubizzi e grandi occhi di pesce. Poche chiacchiere, il tempo delle presentazioni, poi la degustazione. La cosa che più mi rimase impressa, al di la della qualità più o meno soddisfacente della serie di Chardonnay, Cabernet e Merlot fattici assaggiare, fu il fatto che ogni degustazione era preceduta dalla dettagliata descrizione della famiglia che aveva fondato ogni azienda, con tanto di foto di nonni, figli, nipoti e persino cani.. In un paio di ore finii per vedere l’intero albero genealigico dei Soles & Croser (Argyle Winery), dei Drouhin (Domaine Drouhin) e degli Huggins (Eola Hills Winery). Il fatto più strano era che gli altri partecipanti sembravano mostrare un interesse maniacale per quelle informazioni e, più che sulle qualità del vino, le domande fioccavano in materia di storia familiare.. Concludemmo la degustazione mentre il Sommelier, in perfetto stile americano, sorseggiava il suo cappuccino delle ore 19.00.

Era ora di cena, perchè spostarsi da li? Il luogo era invitante, e nel frattempo avevamo conosciuto anche il simpatico proprietario della vineria. Un uomo di mezza età dal viso italico, in grado di intrattenere i clienti con i suoi aneddoti e le sue convinzioni sui vini della Regione. Quella sera c’erano pochi coperti, così decise di cenare con noi. Ci raccontò dell’Oregon, della sua gente e della sua cantina. Aveva le idee chiare, “..il Pinot Nero dell’Oregon è tranquillamente paragonabile a quello francese, salvo che nel prezzo ovviamente..“. Devo dire che forse non è proprio così, ma quell’affermazione non era del tutto insensata. Quella sera, in effetti, degustai uno dei più buoni Pinot Noir che abbia mai provato, si trattava del campione di Bradley Winery di Elkton, una piccolissima azienda in grado di conferire a quel prodotto una straordinaria originalità..

Concludemmo la serata con una visita alla parte più intima della cantina del nostro nuovo amico, la sua collezione privata di Pinot Noir e Merlot, un gran bel vedere di gemme provenienti da ogni parte della terra.. e pensare che io a Eugene c’ero andato per comprare una felpa..

CALIFORNIA STATE

Mi avevano detto “Se vai in California non lasciarti scappare la Napa Valley, o quantomeno la Sonoma..“, ma dopo aver visto l’approccio “Silicon Valley” perfettamente regnante anche in ambito enologico, fatto di visite in azienda programmate con ampio anticipo da un Front Man del tutto estraneo alla cultura del vino, e quei bus promiscui di amanti-appassionati-curiosi-aspiranti avvinazzati.. beh, decisi di andare un pò più a sud, in una zona non meno interessante, ma decisamente meno inflazionata. Nelle terre arse della Carmel Valley, immediatamente alle spalle del segmento di terra che unisce Camel a Monterey, non si producono vini blasonati come l’Opus One o il Gravelly Meadow, ma vi assicuro che con un pò di pazienza, una buona dose di tempo ed un bel pieno di benzina si possono incontrare delle bottiglie di assoluto interesse..

Ci imbattemmo in diverse aziende.. la prima fu Heller Estate. Si tratta di un’azienda che produce in bio, con quaranta anni di vita e viti piantate a 150 metri sul livello del mare. Molte le qualità prodotte, si spazia dallo Chardonnay allo Chenin Blanc, passando per il Riesling, per poi andare ai rossi quali il Malbec, il Cabernet, Merlot, oltre ai vari assemblaggi ed all’immancabile vinificazione in versione dolce, un Porto di Merlot.. Insomma una gamma amplissima, persino troppo, ma, oltre ad alcuni dei suoi vini, devo dire che di Heller apprezzai la grande organizzazione e la straordinaria semplicità dei suoi dipendenti-discepoli, sembrerà strano ma, differentemente dai veri e propri “cantieri” di Napa e Sonoma, entrare in cantina qui era ancora qualcosa di semplice, qualcosa di ordinario, da fare quando lo si voleva, senza appuntamenti, senza agenda, senza cronometro..

Finimmo il nostro giro da Heller e ci dirigemmo in un’altra bella e piccola azienda: Bernardus Winery. Un’abile wine-maker, Dean DeKorth, di scuola Burgundy e pensiero libero, realizza dei vini invidiabili in un piccolo appezzamento californiano. Poche le qualità prodotte, ma che qualità! Un sublime Chardonnay, un Sauvignon Blanc, un ardito Pinot Noir ed un sorprendente assemblaggio di Cabernet sauvignon e franc, Merlot, Petit Verdot e Malbec definito Marinus. Insomma, un uomo di nome Bernardus Pon ha di che andare orgoglioso, i suoi vini volano e fanno volare, la sua azienda è molto più che un outsider, e poi quando hai in squadra uno come Matthew Shea, con una faccia così ed una battuta pronta per ogni evenienza, ogni problema passa in sordina..

  

…per inciso, prima di andare via comprai una bottiglia di Opus One 2006 (perchè a Napa ci sarà anche una ressa pazzesca ma i vini li sanno fare), quando arrivai a Napoli la aprii in compagnia di pochi eletti, sapeva “di tappo”. Ero vittima di una “maledizione di Napa”? No, reclamai e me ne spedirono un’altra, fu buona…

 

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