Emilia Romagna, pass(t)eggiando in collina..

Pubblicato: 13 dicembre 2011 in Degustazioni, Il Vino in Viaggio, Ristoranti d'ispirazione

Talvolta capita di partire senza avere una precisa idea di dove si finirà poi… Semplicemente ci si lascia andare trascinati dal proprio istinto e dalle proprie attitudini. E se un amico o il caso sembrano intervenire sul percorso casuale che intanto assume la sua forma, beh, ben volentieri il proprio passo fa per seguirlo..

E’ ciò che è capitato a me nell’ultimo viaggio in Emilia Romagna..

Un vagabondaggio senza tempo, che mi ha visto ipnotizzato ora dalle mani di un artista, ora dal profumo dei fondi di birra lasciati inerti sul bancone di una birroteca..

La prima delle mie tappe è stata Modena, dove, in compagnia dei miei eterni commensali, Ivan e Johnny, nel ventre dell’Osteria Francescana, il neo-stellato per la terza volta, tale Massimo Bottura, mi ha letteralmente sbigottito con le sue creazioni a confine tra il terreno e l’onirico.. L’elenco delle pietanze comprendeva: Ricordo di un panino alla mortadella Croccantino di foie gras con cuore di aceto balsamico tradizionale di ModenaTortino di scalogni di Romagna, porri, tartufi e sale di Cervia – Cinque stagionature di Parmigiano ReggianoCompressione di pasta e fagioliRavioli di cotechino e lenticchieBollito misto…non bollitoCaldo e freddo di zuppa inglese – il tutto accompagnato da un indimenticabile Gevray Chambertin – 1er Cru – Philip Pacalet 2008. Tale combinazione è apparsa come un quadro più che come un menù, poiché oltre alle consuete emozioni, mai scontate ma pur sempre rituali per i fortunati partecipanti a quelle mense, l’occhio ha realmente avuto la sua parte, riuscendo a mandare impulsi al cervello di gran lunga superiori a tutti gli altri incontri con i banchetti fino ad allora..

Poi è stata la volta della più autentica Romagna. Sotto la regia del mio fidatissimo Amico di avventure Ivan (si, anche lui si chiama Ivan) in quelle terre ho avuto l’onore di esplorare luoghi dal profumo di storia, lande isolate dove filari di viti secolari portano il ricordo di condottieri inarrivabili, e case del gusto dall’inestimabile valore, e poi osterie prodigiose oltre a banche custodenti collezioni di bottiglie da premio oscar.. ma.. procediamo per gradi.

Il primo dì è stata la volta di Fattoria Paradiso, dove la padrona di casa, Graziella Pezzi, figlia del leggendario Mario, ci ha accolti con l’affetto di una madre. Così, l’esplorazione del Castello Ugarte Lovatelli, attuale sede dell’azienda, è stata l’occasione per scoprire le interessantissime creazioni della famiglia Pezzi, ma al contempo ci ha offerto la possibilità di ripercorrere, insieme alla Regina di casa, la storia e gli accadimenti che hanno interessato la zona di Bertinoro negli ultimi secoli. Il risultato di ciò è stata un’ennesima crescita, spirituale prima che enologica..

Venendo ai prodotti degustati, meritano senz’altro attenzione, a mio avviso, tre precisi vini. Il primo è uno smart wine, una Cagnina denominata Petit Trufì, dal sapore leggermente dolce e dalla bevibilità fenomenale. Uno di quei vini da bere senza troppo impegno: 9° in tutto, grande rapporto qualità prezzo e piacevolezza assicurata. Fossi in loro lo proporrei in bottigliette da 33cl come alternativa sana a quelle irripetibili bevande alcol-gassose che tanto spopolano tra i ragazzi. La seconda bottiglia di assoluta notevolezza è il Gradisca, un’Albana da vendemmia tardiva il cui nome le fu suggerito niente meno che da Fellini in persona. Una creazione dell’enologo Carlo Ferrini: raccolta a mano, affinamento in acciaio + rovere per due mesi. Il tutto coronato da un prezzo che definire interessante è veramente riduttivo.

Il terzo vino è decisamente un fuoriclasse, un’ “Esclusiva mondiale” come lo definisce la proprietaria. Ed in effetti è così. Il Barbarossa, infatti, è un vino unico, non esiste al mondo un’altra azienda a produrlo. Nasce dall’omonima uva, il quale nome le fu attribuito in onore di Federico III Hohenstaufen il quale si fermò nella rocca di Bertinoro per un tempo imprecisato e forse potè persino approfittare di quei filari che un giorno avrebbero preso il suo nome.. Tornando ai giorni nostri il Barbarossa, riscoperto da Mario Pezzi nel 1955,  svetta per intensità delle spezie e purezza nell’aroma. Le sue uve vengono raccolte rigorosamente a mano, l’affinamento avviene in parte in acciaio, poi il vino viene fatto riposare per 24 mesi in barriques. Morale della favola: un capolavoro che vive all’ombra della critica.

Detto ciò mi resta da sottolineare che l’intera gamma di vini merita un assoluto plauso, ivi compresi il Mito, il Frutto Proibito, il Vigna delle Lepri, lo Strabismo di Venere.. per i quali mi riservo un ulteriore diritto d’assaggio più in la nel tempo.

Step back, inversione di rotta, si torna in strada, destinazione Casa Artusi

Non mi dilungherò sul punto solo perché la storia di Pellegrino Artusi merita un capitolo a sé stante. Mi limiterò a rammentare,  a coloro che non ancora non lo sapessero, che Artusi ha fatto l’Italia prima ancora che essa esistesse. Si, intendo dire che con la sua collezione di ricette di cucina di casa, provenienti da ogni angolo del territorio Italico, e frutto delle informazioni raccolte in viaggio o rivelategli da fitti scambi epistolari dello scrittore, Pellegrino Artusi è riconosciuto come il padre della cucina italiana. Oggi, a distanza di più di cento anni dal suo primo manoscritto qualcuno si è accorto di lui, ed il Comune di Forlimpopoli ha realizzato sul suo mito una vera cittadella della cultura gastronomica. Un museo con annessa biblioteca, ma anche una scuola di cucina, ed un ristorante dove poter degustare le ricette di tradizione Artusiana. Insomma, se vi venisse voglia di andare a scoprire dove e come è nata la cucina italiana ora sapete dove andare, in Casa Artusi ci sarà sempre qualcuno pronto a dedicarsi alla vostra fame di cultura..

E quale migliore occasione per approfondire la cucina casareccia, se non quella di fare due chiacchiere con Giancarlo Casali?  “In una terra dove storia e tradizione si intrecciano, dove chiese, conventi e monasteri costituiscono tutt’ora un’irresistibile richiamo artistico, nell’alta Valle del Conca, una persona singolare ha creato un posto singolare. Lui è Giancarlo Casali, Presidente dell’Associazione Osterie Classiche che ha dato vita proprio qui, a Mercatino Conca di Pesaro, in località Piandicastello, all’Osteria di Mirecul”. Così, sul loro sito, inizia la descrizione di questo luogo d’elezione per i buongustai.. dove un eroe perpetua il segreto dell’eterna giovinezza, dimenticando il passato e immaginando il futuro. Giancarlo ci ha accolti in blue jeans e camiciona in lana sovrastante una t-shirt anonima, capello canuto al vento e sguardo vitreo, “Ciao ragazzi, entrate e sedetevi dove vi pare”. Un ottimo inizio. Durante il pasto, rigorosamente semplice e prodigiosamente corposo, avemmo la possibilità di dialogare con lui.. del suo passato, della voglia di cambiare aria, delle abitudini alimentari del sud e del nord, dei suoi venti gatti, e della impossibilità di indicare il luogo più bello che lui avesse mai visitato gastronomicamente parlando.. Ci lasciava dialogare volentieri, ed un po’ meno a suo agio parlava. Quell’uomo custodisce uno dei più rari doni in terra, la capacità di ascoltare il prossimo, e fa del suo prodigio la sua ricchezza interiore. Salutandoci ci disse che gli avrebbe fatto piacere rivederci un giorno, lì o altrove…  in giro sulle vie del gusto.

Ultimo giro di lancette, ma ancora in tempo per mettere al sicuro un altro giorno da ricordare. Dopo un mattino sonnolento, fu la volta di un vagabondaggio sulle sordide colline di Sogliano al Rubicone.  “Il dado è tratto”, aveva proprio ragione Giulio Cesare..  superando le sponde del Rubicone, non c’è proprio più nulla da fare.. poiché si viene letteralmente inghiottiti dal fascino delle sua storia. E tanti racconti si odono,  storie di nobili, di uomini, e storie di contadini. Come quelli di Sogliano, che da tempo immemore usano i fossati posti al di sotto delle proprie abitazioni – antichi antri per il grano –  per stagionare uno dei formaggi più gustosi d’Italia. Sto parlando del Formaggio di fossa. La mia erudizione, quella mia e di Ivan, è passata dalle fosse dei Tèra, dove una splendida coppia di marito e moglie ci ha dedicato buona parte della  giornata. Visite alle fosse, quelle in sede e quelle più autentiche nascoste da una porta scorrevole.. degustazione dei tre campioni prodotti, quello di latte vaccino, quello pecorino ed il misto, abbinamento alle confetture di produzione propria, e tanto ancora.. Discorsi sulla difficoltà di interpretare la nuova d.o.p. sono seguiti all’illustrazione delle tecniche di sistemazione delle singole forme in fondo ad ogni cavità. Aneddoti sulla meticolosità di alcuni abituè dei diversi livelli dei fossati, hanno aperto lo spazio a più profonde riflessioni sulla confusione dei consumatori dinanzi ad un prodotto così poco conosciuto eppure tanto amato. Una vera e propria trasfusione di amore verso la propria terra e le proprie origini ha avuto atto in quelle ore pomeridiane. Una lectio magistralis a cuore aperto ci ha reso edotti dell’affascinante mondo che vive pochi metri sotto il suolo di Sogliano al Rubicone. E quel che rimane oggi di quell’incantevole passeggiata in collina è, senz’altro, la speranza che la voce dei nostri mentori possa giungere ad ogni altro, onde riconoscere al Formaggio di fossa il ruolo che merita nel complesso panorama caseario italiano.

Sole abissato oltre le colline, ed ultima tappa: Santarcangelo di Romagna, cuore del cuore dell’anima romagnola. Destinazione… Birroteca Grand Cru. Luci calde e scaffali di legno, un albero vero di natale posto a baluardo della porta d’ingresso, oltre la quale un esercito di più di 700 birre fa di questo tempio del malto la birroteca migliore d’Italia secondo l’Espresso.. Oltre questa etichetta vive il mondo di Manuel, sommelier pentito, o forse illuminato considerando i risultati raggiunti. La sua teca sembra un tempio privato aperto al pubblico, una collezione da condividere con tutti. Lui è un vero appassionato, uno di quelli senza noiosi leziosismi, senza presentazioni, uno di quelli “il gusto prima di tutto”. Ma con ciò non intendo sminuire le sue capacità, raffinatissime ed in grado di inchiodare alla sedia qualsiasi appassionato disposto a compartire un pezzo di serata.. piuttosto mi riferisco ad una straordinaria capacità di coinvolgere chiunque con indicazioni semplici ed esaustive, figlie di un carattere nomade e per ciò ricco. Chiacchierare con Manuel corrisponde a fermare il tempo. Insieme ad Ivan mi feci consigliare una birra, una sola in grado di conquistarmi. Mi diede una birra di natale belga, una Gouden Carolus della Brouwerji Het Anker, impressionante per potenza e speziatura di liquirizia. Non c’è molto altro da aggiungere, i veri appassionati di birra prima o poi dovrebbero venire qui in pellegrinaggio.

Mi piace terminare esattamente ora il mio piccolo resoconto di viaggio.. lasciandomi immaginare su una collina alla ricerca dell’ennesima voce da ascoltare, l’ennesimo maestro a cui rubare racconti, l’ennesima avventura da trasformare in racconto su penna virtuale…

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