WORLD WIDE FOOD – La gastronomia nel Mondo: la mia micro analisi

Pubblicato: 10 febbraio 2012 in Degustazioni, Il Vino in Viaggio

IL MONDO E LA GASTRONOMIA

Preordinatamente ad ogni considerazione mi urge avvisare i lettori che la presente analisi non ha alcuna ambizione di assolutezza, in quanto l’universo culinario è troppo vasto per poter essere esplorato con un solo articolo, e, proprio come quello spaziale, si caratterizza per il fatto di essere in perenne espansione, dunque ogni tentativo di descrizione è destinato ad assumere una validità relativa a causa dell’innata finitezza di ogni cosa conosca un punto d’arrivo. La presente è piuttosto una breve panoramica sulle sfumature che la gastronomia tende ad assumere nelle differenti aree  del mondo.

Bene, si fa presto a dire “pasto”. In realtà il valore che questo rituale assume a latitudini e longitudini differenti è sbalorditivamente diverso.

Personalmente ho avuto la possibilità di testare, grazie ai miei viaggi che mi hanno condotto nei luoghi più disparati del pianeta, il differente approccio delle diverse popolazioni del mondo all’atto di consumare un pasto durante la giornata.

Innanzitutto va detto che pasteggiare, o per meglio dire, il cibarsi, ha assunto nei secoli un valore tanto differente e delle sfumature tanto più complesse con l’avanzare del grado di evoluzione dell’uomo.  Intendo dire che, messo da parte il problema principale, cioè l’assicurarsi del cibo in maniera costante, l’essere umano ha iniziato ad affinare l’arte culinaria sino a trasformare radicalmente il senso stesso dell’atto di mangiare. Ma tale evidenza non è tuttavia riscontrabile in ogni angolo del pianeta..

LEGENDA

Piatto povero: Piatto di fattura elementare ritrovabile nella maggior parte dei territori appartenenti al continente

Piatto ricco: Piatto sofisticato esemplare della cucina più raffinata del continente

Cucine dominanti: Nazioni che esercitano le maggiori influenze sulla cultura gastronomica del continente

Cultura media sul cibo: Grado di avanzamento culturale della popolazione complessiva in ambito gastronomico. Per tale valutazione si sono presi in considerazione indici di diversa natura (capacità di cucinare, tendenza nel frequentare ristoranti o corsi di cucina, tempo e spazio dedicato dai mass media all’argomento cibo-vino ecc.)

Concentrazione di ristoranti d’eccellenza: Numero di ristoranti degni di nota presenti  in ogni continente

Gradi gastronomici: Metro valutativo del livello complessivo di cultura gastronomica raggiunto dal continente. La scala va da un punteggio minimo  di 1 ad un massimo di 10. Per la valutazione sono stati considerati svariati elementi quali: qualità media dei prodotti, diffusione degli stessi sul territorio, livello di interesse complessivo della popolazione, numero di eccellenze riscontrabili nel continente, ecc.

 

EUROPA

Ebbene, nonostante sia difficile eleggere una vera e propria zona dominante per ciò che attiene la gastronomia, soprattutto in considerazione della eterogeneità degli elementi valutabili a tal fine, ritengo, tuttavia, possibile poter affermare che la zona terrestre dove si da più importanza al pasto sia l’Europa. Attenzione, tale importanza è ingannevole, in quanto va letta in modo inversamente proporzionale rispetto alla rilevanza che ha in sé l’atto di cibarsi. Il rapporto uomo-cibo, nel vecchio continente, va assumendo infatti sempre più le sembianze di un legame di tipo artistico, superando di ora in ora l’originale scopo sopravvivienziale. Oggi, in effetti, l’Europa è la culla della gastronomia d’eccellenza, il luogo dove un pranzo può assumere un ruolo completamente diverso da quello di rispondere al fabbisogno calorico di ogni uomo. Qui il cibo e le sue forme sono diventate motivo di differenziazione sociale e culturale, appartenenza ad un rango d’eccezione, sfogo e passatempo di classi più abbienti, e persino efficace cura antidepressiva. In Europa si trova il più alto numero di ristoranti di classe, nei quali si ha la possibilità di assaggiare i più ricercati ingredienti appartenenti ad ogni regione del pianeta; in Europa è possibile trovare chefs con ogni specializzazione esistente; in Europa il costo medio di un pranzo è decisamente alto; e sempre in Europa vi è la più alta concentrazione di palati esigenti. Senza volersi ne potersi calare negli spazi delle differentissime cucine dei diversi Stati europei, si può affermare che ovunque ci si lanci, in Europa, si casca sempre in piedi. Qui, infatti, la qualità media dei prodotti è distinta, la gamma degli ingredienti è ricca, la cultura media di ristoratori e consumatori è alta, e la progressione in termini qualitativi dell’offerta gastronomica complessiva negli ultimi anni è decisamente impressionante. Oggi è possibile affermare che in Europa, e forse solo in Europa, esiste un’autonoma cultura del gusto, capace di influenzare le scelte di vita della gente e di riservare al nostro continente un ruolo d’eccezione nel panorama gastronomico mondiale.

E il vino? Beh, in Europa la qualità in ambito enologico, (intendendo per questa la capacità di produrre vini di alta qualità nonché la possibilità di reperirne), è assolutamente di primo livello. Basterebbe nominare le sole nazioni Francia ed Italia per mettere in salvo la reputazione dei vini europei, ma a completare la straordinaria offerta in ambito enologico vengono in soccorso le produzioni spagnole, portoghesi e tedesche, solo per citarne alcune. Poco da aggiungere, l’Europa, anche per ciò che attiene il vino, non ha nulla da invidiare al resto del mondo.

Cornice

Piatto povero: Zuppa di legumi (comprendente erbe aromatiche, sale, olio). Può costare 2-3 €

Piatto ricco: Risotto con aragoste, nocciole e caviale di Kaki. Può costare 40-50 € a piatto

Cucine dominanti: Francese e Italiana

Cultura media sul cibo: Medio-alta, si cucina praticamente in tutte le case, molti frequentano ristoranti con discreta frequenza, la cultura di bevande quali vino o birra è radicata quasi ovunque, esistono scuole ed università dedicate alla gastronomia, si sono sviluppati corsi di approfondimento alla portata di tutti, i grandi chefs abbondano, i mass media dedicano diversi programmi alla tematica cibo-vino

Concentrazione di ristoranti d’eccellenza: Medio-alta nei Paesi più ricchi, media altrove, bassa solo nei Paesi più disagiati

Gradi gastronomici: 10 – Per la capacità di eccellere in ogni ambito gastronomico, per il grado di interesse raggiunto dalla popolazione, nonché per il livello medio dei prodotti reperibili.

 

AMERICA

Prima di analizzare più da vicino il continente americano va detto che esistono due Americhe: quella del Nord, benestante e proiettata sempre più verso la cucina d’autore; e quella del Sud, dove (salvo che per un’élite insignificante in termini numerici) il tempo della gastronomia non sembra essere ancora giunto.

NORD AMERICA: Partendo dall’emisfero settentrionale, va detto che la cucina statunitense. al pari di quella canadese, da anni subisce l’influenza dei cuochi venuti dal vecchio mondo a sbarcare il lunario. Così, passeggiare per le vie di New York, o sulla baia di Vancouver ed incontrare sei o sette ristoranti italiani o francesi di seguito non è del tutto inusuale. Il grande flusso migratorio che ha interessato il continente americano sin dall’inizio del secolo scorso ha consentito all’America una forte crescita culturale che, inevitabilmente, ha prodotto i suoi effetti anche sulle abitudini culinarie. Tuttavia, tale graduale crescita in termini di offerta gastronomica ha posto solo le basi della vera rivoluzione della qualità del cibo, poiché il fenomeno vero e proprio ha conosciuto la sua consacrazione solo di recente. Solo da qualche anno, infatti, si riscontra un grande fermento culturale in merito alla gastronomia negli Stati Uniti. Ma gli effetti di tale nuova filosofia non stentano ad arrivare: i ristoranti di lusso si sono moltiplicati, l’interesse verso i grandi vini è ai massimi storici, il turismo enogastronomico è oramai una realtà economica importante, e il settore del biologico ha letteralmente spaccato il mercato. S’intenda, il livello medio di cultura gastronomica, anche a causa di un cattivo retaggio, (vedi l’esser stati la culla della filosofia fast food o l’essere figli della cultura gastronomica britannica, di per sé rinomatamente non al top della scala gastronomica globale), è ancora medio, ma le cose stanno cambiando, e si stima che in qualche decennio le abitudini muteranno sul serio.

Il quadro gastronomico americano ad oggi è assimilabile ad un’opera ben avviata, una struttura sufficientemente imbastita, tanto da lasciar indovinare all’occhio la sua forma finale, i cui angoli e i quali confini, però, sono più simili ad una realtà vivente ed in sviluppo. La crisalide ha le sue ali, deve solo imparare a volare..

E il vino? Buona parte della produzione vinicola nord americana è da accreditare alle due vocatissime zone californiane di Napa e Sonoma Valley, dove si producono vini provenienti da uvaggi internazionali di primissimo ordine. Molto interessante, sebbene dello stesso stampo, anche la realtà vinicola di Carmel e Monterey. Diversa e decisamente più di nicchia è invece la produzione degli stati dell’Oregon e di Washington situati a nord-ovest sul versante Pacifico, dove, da anni oramai, vengono presentati pinot noir unici per aromi e sentori. Sensibilmente meno incisiva la produzione canadese ed atlantica. Complessivamente, anche grazie a punte di altissimo rilievo, la realtà vinicola americana è da considerarsi importante, e ciò in considerazione dei grandi investimenti che hanno interessato questo settore negli ultimi anni.

SUD AMERICA: Tutt’altra storia è invece quella del Sud America. Qui mangiare è ancora sopravvivere.  A tavola ognuno non ha più di due posate in tutto, il tovagliolino non è altro che carta igienica in strappi, e se provi a chiedere un bicchiere per il vino ti guardano come se avessi chiesto un ombrello. Questo quando va bene. Nelle zone più povere si consuma un solo pasto al giorno, spesso consistente in un brodo di pollo o del riso in bianco. Nelle zone rurali, invece, occorre cacciare, pescare o cercare nella selva per potersi sfamare. Morale della favola: giornata sfortunata = stomaco vuoto. Ma ciò che sorprende in ambito gastronomico in Sud America è la gioia che accompagna i momenti di convivio. Qui l’atto di mangiare si mostra in tutta la sua umanità, il tempo si infittisce di momenti da cogliere al volo ed assume una densità che raramente è riscontrabile altrove. Così, si possono osservare bimbi strappare dalle mani delle madri pezzi di pane abbrustolito, e donne, avvolte in scialli dei più vivaci colori, racchiuse in cerchio sacro a raccontarsi storie di mercato, uomini forzuti stappare birre con un solo canino ..per poi accorgersi che a due passi, stipata in cima ad un trabiccolo, una pecora osserva quella scena con occhi ebbri di sangue, cosciente di dover servire la causa prima o poi.

E il vino? Fino a pochi anni fa si può dire che un mercato vero e proprio non esisteva, ma oggi le cose stanno cambiando. Cile ed Argentina posseggono vini interessanti, e se sapranno tenere a freno la tentazione di sfornare grandi produzioni – almeno per ciò che attiene i vini di migliore prospettiva – i risultati potrebbero decisamente ripagare. Dovendo valutare la produzione vinicola nel suo complesso, però, direi che siamo agli albori della qualità.

Cornice

Piatto povero N.A.: Hot dog (panino, wurstel, maionese o ketchup). Può costare 1-2 $

Piatto povero S.A.: Brodo di gallina (solo brodo, la carne si paga a parte). Può costare 10 c. di $

Piatto ricco N.A.: Noce di Cervo su crema di funghi e cacao fuso. Può costare 30-40 $

Piatto ricco S.A.: Ceviche di pesce con succo di limo. Può costare 15 $

Cucine dominanti N.A.: Italiana, Cinese, (Francese in Canada)

Cucine dominanti S.A.: Autoctona, leggerissima influenza Francese per ristoranti top

Cultura media sul cibo N.A.: Discreta ed  in ascesa. Sebbene la pratica di cucinare in casa sia abbastanza desueta, di tutt’altro tenore è invece la dedizione, (specie negli ultimi anni), ai corsi di cucina ed affini. La propensione al bere è molto alta, ed accanto all’incontrastato mercato della birra si riscontra un netto avanzamento di quello del vino. Buona presenza di ristoranti gourmet. I media si dimostrano assolutamente interessati al tema cibo-vino mediante pubblicazioni periodiche su carta, on-line e trasmissioni televisive di successo.

Cultura media sul cibo S.A.: Medio-bassa. Inversamente a ciò che accade al nord, qui si cucina in tutte le case. I ristoranti sono un lusso per pochi, e quelli degni di nota si trovano per lo più nelle capitali, ospitati quasi esclusivamente in grand hotels. Le scuole di cucina latitano, ma va segnalato che la forte ondata turistica degli ultimi anni ha favorito la nascita di corsi di cucina locale dedicati ai soli stranieri. Poca o assente l’eco dei mass-media.

Concentrazione di ristoranti d’eccellenza N.A.: Scarsa in considerazione della vastità del sub-continente. Ma se si prendono in rassegna le sole zone costiere allora il risultato muta notevolmente.

Concentrazione di ristoranti d’eccellenza S.A.: Decisamente scarsa. Si procede da una assenza totale per le zone rurali ad una sporadica presenza nelle zone abitate, per arrivare ad una blanda comparsa nelle città di maggiore richiamo.

Gradi gastronomici complessivi del continente: 7/8 –  Per la straordinaria mescolanza di culture gastronomiche, per l’incalzante interesse dimostrato negli ultimi anni dalla popolazione, e per l’impressionante rapidità con la quale il sistema sta evolvendosi verso una cucina sempre più ricercata.

 

ASIA

Grande continente, grandi differenze. L’Asia è la zona di mondo più controversa per ciò che attiene il cibo. La cultura qui non manca, anzi, essa è finanche troppo estesa, al punto da disorientare coloro i quali intendano percorrere le sue millenarie vie del gusto. Partirei se potessi, ma mi urge informarvi che, in considerazione dell’incredibile discrepanza culturale e gastronomica che il continente si porta dietro (si tenga presente che andando a zonzo per il continente è possibile saggiare la cucina araba, indiana, giapponese, cinese, solo per citare le principali), un’analisi vera e propria, per quanto sommaria, ritengo sia impossibile. Avendo assunto però l’impegno di condurre uno studio mondiale afferente il tema della gastronomia, vi invito ad assumere una prospettiva impropria, ovvero ad adoperare virtualmente una lente grandangolare, senza avere la pretesa di focalizzarvi su alcun elemento in particolare.

In quest’ottica, e solo in questa, generalmente credo sia possibile affermare che la materia prima sia il vero punto di forza del Continente asiatico. E’ questo, infatti, il regno delle spezie, la patria del pesce ed il luogo d’elezione di alcune carni pregiate. Per ciò che attiene la sofisticazione ed il ruolo sociale dei pasti, invece, c’è da dire che realtà quali “haute cuisine” e “ranghi di gola” riguardano una porzione della popolazione ancora esigua. Il più delle persone consumano pasti frugali, fatti di ingredienti semplici, spesso cucinati in casa. E’ doveroso, però, ricordare che qui sorgono alcuni dei migliori ristoranti al mondo, e sono state istituite scuole di cucina riconosciute come le migliori nella loro categorie. Per offrire uno spunto, basta dire che ci si può trovare ad una bancarella a mangiare spaghetti o tofu con le mani da una scodella riciclata dal pasto consumato dal precedente avventore, per poi scoprire che alle spalle di quell’ambulante, sullo stesso marciapiede, alloggia un ristorante stellato con prenotazione obbligatoria. Interessante è anche il dato attinente lo scarso grado di penetrazione in questo continente delle cucine estere, dato che pone in evidenza il prevalere della cultura autoctona ed, ex adverso, la capacità di conquistare i palati degli abitanti di altri continenti, ovvero l’esportabilità della propria cultura gastronomica nel mondo.  Tale dicotomia è da legarsi a logiche inerenti i flussi migratori, oltre che, più latamente, alla distribuzione della popolazione mondiale, intendendo per ciò la più ampia diffusione di persone asiatiche nel mondo al cospetto della presenza di cittadini extra-asiatici in Asia.

Parlare di gastronomia in Asia, oggi, è ben complesso, poiché tradizione ed innovazione non hanno ancora trovato un vero punto d’incontro. Così, il rischio che si corre è quello di giungere a considerazioni monche, a causa della riluttanza da parte di buona parte dei rappresentanti della gastronomia moderna, così come quelli della cucina tradizionale, ad accettare un compromesso in grado di allacciare la storia con il suo domani.

E il vino? Ero tentato, per l’Asia, dal modificare il nome di questa sotto-rubrica. Il motivo di ciò risiede nella scarsa incidenza del vino nella gastronomia asiatica. Sebbene la storia ci dica che il vino è nato in Asia, infatti, l’impressione è che nei secoli se ne siano perse le tracce. Se si escludono i Paesi dell’area del Medioriente (Israele e Libano su tutti), nei quali da anni è stato avviato un processo di vinificazione degno di nota, infatti, c’è ben poco da raccontare. Gli uvaggi vinificati sono quasi esclusivamente quelli internazionali. Più interessanti risultano essere le sperimentazioni del Blush (simil zinfandel) in India e del Koshu (varietà autoctona) in Giappone, ma per questi non è ancora tempo per una seria analisi.

 

Cornice

Piatto povero Asia: Chapati con ghee – India –  (nient’altro che una schiacciatina di pane spalmato di burro chiarificato). Può costare 5-10 c. di €

Piatto ricco Asia: Sushi imperiale – Giappone –  i migliori possono costare 60-70 €

Cucine dominanti: Prevalentemente quelle autoctone. La presenza delle cucine estere si manifesta per lo più attraverso fast-food (USA) e Pizzerie (Italia). Blanda presenza (non influenza) della cucina Francese.

Cultura media sul cibo: Media. Ma solo in considerazione dei dati demografici. La realtà parla di piatti cucinati prevalentemente in casa e di una grande cultura gastronomica tradizionale. Nelle zone più ricche dei diversi Paesi i ristoranti (anche quelli d’eccezione) abbondano. Discreta presenza di scuole di cucina, talune destinate agli stranieri. I mass-media solo da poco tempo sembrano interessati all’argomento cibo, mentre da anni oramai la cucina asiatica è finita sotto i riflettori dalla stampa estera. Molto rilevante la presenza di cuochi di origine asiatica nelle cucine di altissimo livello di tutto il mondo. Un’ultima nota di merito: la grande volontà di imparare delle nuove leve.

Concentrazione di ristoranti d’eccellenza: Buona nelle città più ricche di Arabia, Cina e Giappone; Media o scarsa nelle altre nazioni. Assente nelle zone rurali. Complessivamente in ascesa.

Gradi gastronomici: 9 – Per l’eccezionale offerta gastronomica rappresentata da Cucine aventi profumi e sapori divergenti, per la potenzialità in termini espressivi e comunicativi della gastronomia continentale, per la diffusione nel mondo, e per la presenza non più sporadica di vere eccellenze nella scala della ristorazione planetaria.

 

OCEANIA

L’ottica nella quale occorre porsi quando ci si approccia alla cucina oceanica è diversa da quella da assumere negli altri casi sin ora trattati. In questo caso, infatti, la realtà gastronomica è da considerare in chiave prospettica. Ora, senza dimenticare le origini inglesi non certo incoraggianti, (già mi sono espresso in merito per il continente americano) dall’altro lato del mondo si denota, quale influenza dominante, quella della cucina francese, pizzerie a parte s’intende. La scuola gastronomica più blasonata al mondo, infatti, ha piantato le sue radici letteralmente ovunque in Oceania, e persino la produzione vinicola risente dell’impronta francese. C’è da dire che, se da un lato questa colonizzazione del gusto ha ostruito la via alla formazione di una cucina autoctona, dall’altro ha inevitabilmente arricchito il patrimonio culturale continentale. In poche parole, il patrimoine gourmand proveniente dall’altra parte del globo ha consentito, in un tempo relativamente breve, alla gastronomia più isolata al mondo di raggiungere risultati assolutamente eccellenti. La testimonianza di ciò vive nell’attuale capacità di sfornare cuochi d’eccellenza o in quella di richiamare sempre più insistentemente a sé le lodi dei critici di settore, nonché nell’aver assunto il ruolo di punto di riferimento per alcune produzioni gourmet top. Volendo trovare un neo nel processo di culturizzazione del gusto in Oceania, direi che al processo di crescita tecnica (rivolta per lo più agli addetti al settore), non si è accompagnata un’adeguata sensibilizzazione del cittadino medio. Il risultato di ciò ha prodotto una discrepanza tra il livello gastronomico raggiunto e quello percepito, e, conseguentemente, lo scoramento di molti addetti ai lavori.

E il vino? “Miracolo” è la parola più adatta a definire ciò che è avvenuto con il vino in Oceania. E ciò per una serie di avvenimenti, causali o meticolosamente architettati. Sta di fatto che in un continente nel quale si è iniziato a fare “sul serio” da poco più di 30 anni, i risultati raggiunti sono da considerarsi senza eguali in altre zone del mondo. Sauvignon Blanc dalla mineralità inaudita e Pinot Nero di finezza borgogna in Nuova Zelanda, Chardonnay, Shiraz e Cabernet Sauvignon dalla carica apollinea per l’Australia, sono solo alcuni degli esempi fattibili, ma mi aiutano a dire che la via intrapresa è decisamente quella giusta, e se le scelte legate alla commercializzazione del vino oceanico cambieranno – come pare stiano cambiando – in favore di un sempre maggiore sbocco sui mercati europei, nei prossimi anni avremo realmente la possibilità di testare in modo più adeguato il grado di espansione qualitativa dei vini d’oltre oceano.

 

Cornice

Piatto povero Oceania: Macedonia di frutta – spesso consumata come vero e proprio pasto –  Può costare 2-3 $

Piatto ricco Oceania: Costoletta d’agnello su purea di patate e piselli. Può costare 30-40 $

Cucine dominanti: Francese, è l’unica.

Cultura media sul cibo: Medio-bassa. Purtroppo mancano adeguate radici culturali ed il gap col resto del mondo sembra ancora lontano dall’essere sin anche rimarginabile. La cucina di casa è solo quella fatta di mobili… nessuno ama consumare pasti a casa infatti, e chi lo fa si limita a conoscere due sole cose: il tasto “on” e quello “off” del forno a micro-onde. I ristoranti, per contro, abbondano, ma quelli di vero spessore sono nettamente superati in numero dalle tavole calde travestite da restaurant. In netta ascesa la presenza di scuole di cucina. I mass-media, invece, sembrano oramai da tempo interessati all’argomento cibo. Da segnalare anche il discreto interesse internazionale per la cucina (di nicchia) oceanica, che ha portato in alcuni casi a collaborazioni prestigiose.

Concentrazione di ristoranti d’eccellenza: Discreta in considerazione del numero di abitanti. In ogni città media ce n’è almeno uno.

Gradi gastronomici: 7/8 – Per l’assoluta genuinità delle materie prime, la rapidità nell’apprendere e mettere in pratica tecniche di cucina consolidate, e per gli indiscutibili margini di prospettiva che potrebbero fare di questa terra una nuova École des Gourmets!

 

AFRICA

In premessa mi è posto l’obbligo di avvisare i miei lettori che per la stesura del presente articolo ho inteso porre l’accento su elementi che raramente, nelle altre trattazioni, ho avuto modo di affrontare. Tale decisione risiede nell’originale scopo del mio impegno di scrittore, ovvero quello di fare cultura, e se ciò significa prendere qualche deviazione di tanto in tanto, bene, io lo farò.

Partire dunque alla scoperta della realtà culinaria del continente africano è impossibile senza un’adeguata introduzione sul significato che il cibo e la fame assumono in quelle lande. Per esprimere nel modo più succinto possibile il concetto base della cultura africana – sia essa culinaria o meno – mi basterebbe, forse, testimoniare che tra i pastori nomadi del Nord Africa non esiste un termine che esprima il significato di “povero”, al suo posto essi usano la parola araba meshkin che sta per “Se sei povero sei morto”.

Ma ciò non basterebbe a spiegare il ciclo della fame che caratterizza il continente nero. Così, per aiutarmi, userò un altro esempio. Ebbene, nel 1993 Kevin Carter, fotografo sudafricano, si recò ad Ayod, Sud Sudan, e scattò un’istantanea a una bambina accucciata per la fame. Alle sue spalle c’era un avvoltoio, in attesa. Per dovere di cronaca aggiungo che Carter, l’anno dopo, vinse il Pulitzer per quella foto, poi si suicidò.

E’ questo l’approccio che occorre usare se si intende approfondire la cultura gastronomica africana, poiché in un continente in cui la maggioranza delle persone combatte ogni giorno per arrivare a sera, in un continente dove sorgono le prime dieci nazioni al mondo per aspettativa di vita più bassa del pianeta, beh, occorre un sano spirito ontologico per riuscire ad apprendere di queste righe il vero senso, ovvero uno sforzo onde interpretare in chiave ermeneutica ciò che sto per descrivervi.

Vi prego di non attribuire a questa mia introduzione alcuna finalità sciovinista, poiché essa è solo parte vitale della presente narrazione.

Ora si, possiamo partire. Vi dirò che in Africa – un po’ come nel Sud America ed in alcune zone dell’Asia – il cibo svolge ancora la sua funzione primaria. Mangiare è qui meno che un diritto, piuttosto, nella maggior parte dei casi, è un obiettivo da raggiungere giorno dopo giorno. L’accaparramento del necessario per sfamarsi interessa ancora una parte considerevole della popolazione, e dove ciò non avviene è il baratto a regnare. Il resto della popolazione si sfama alla men peggio comprando carne ed ortaggi al mercato e cucinandoli a casa. Ma qualcosa di diverso c’è. Ad appannaggio di una piccolissima fetta di popolazione si contraddistingue una cucina maghreb con influenze francesi (in Marocco, Tunisia, Algeria), fatta di assemblaggi affascinanti quanto arditi, costi proibitivi ed un pubblico prettamente straniero.  Al di fuori di queste cattedrali nel deserto c’è molta fame, la tavola è scarna, il pranzo è monotematico e le stoviglie spesso non esistono. Di contro, qui c’è una grande cultura di cucina indigena, è possibile mangiare animali ed ortaggi atipici e spesso ci si imbatte in prelibatezze uniche ed inaudite. Tutt’altro discorso riguarda lo Stato Sud Africano, dove le multinazionali del cibo spopolano grazie alla circolazione di Euro e Dollari. Merita d’esser citata l’immensa ricchezza gastronomica che caratterizza il Continente, che vive sia grazie alle differenze climatiche (si ricordi che in Africa convivono foreste, deserti e ghiacciai), sia a causa della diffusione di diversi credi religiosi (cristiano, musulmano, animista ecc.), che inevitabilmente finiscono per influenzare le abitudini alimentari.

Un piccolo accenno va anche rivolto alla riscontrabile crescita culturale in ambito gastronomico. Da anni, infatti, le zone più ricche d’Africa ospitano scuole di cucina rivolte per lo più a stranieri. Pochi ma interessantissimi ristoranti di lusso luccicano nel buio delle città più benestanti del continente.

E il vino? Quanto al vino occorre necessariamente secernere il Sud Africa dal resto del continente. In Sud Africa, infatti, il livello enologico è assolutamente di tutto rispetto. Qui, infatti, si producono vini che, sebbene da uvaggi internazionali (cabernet sauvignon, chardonnay, merlot, ecc.), risultano molto interessanti. Ciò si deve soprattutto alla dedizione degli addetti al settore specie dall’inizio del nuovo millennio, grazie alla quale oggi il Sud Africa, come protagonista del Nuovo Mondo, non è secondo a nessuno. Altra Africa ed altro stile si riscontrano al Nord del continente. Le produzioni di Algeria, Marocco e Tunisia sono il risultato del retaggio della colonizzazione francese. Le qualità principali di uva vinificate sono l’Alicante bouschet, il Carignan ed il Cinsault. Sporadiche le produzioni negli altri Stati.

Cornice

Piatto povero Africa: Hamburger di formiche. Non costa nulla, ce lo si produce..

Piatto ricco Africa: Cous cous di verdure. Può costare 20-25 €

Cucine dominanti: Autoctone – Francese nei paesi del Maghreb – Fast Food in Sud Africa

Cultura media sul cibo: Decisamente scarsa. Le condizioni di vita e le scarse aspettative di certo non facilitano la culturizzazione del gusto. La cucina di casa regna su tutte le altre, ed il pasto spesso è preparato per un numero prodigioso di individui. Gli ingredienti provengono da caccia, pesca o allevamento. Il mercato cittadino è spesso l’unico negozio di alimentari. Da apprezzare comunque lo sforzo di alcuni Paesi nel proporre scuole di cucina. Interessante è inoltre il dato di emigranti dediti alla ristorazione, sintomo di un’attitudine concreta eppure non praticabile in patria.

Concentrazione di ristoranti d’eccellenza: Presso che nulla ovunque. Le uniche eccezioni sono rappresentate dal Sud Africa, gli Stati del Maghreb e qualche capitale.

Gradi gastronomici: 6 politico – Nonostante le vicissitudini e la realtà socio-culturale, l’Africa è abituata a lottare. Ma il suo esitare la rende ai miei occhi come un relitto, che dopo esser stato per troppo tempo sott’acqua, assorto in una sfida impari contro il tempo, si è destato al sole, regalando al suo rivale un ulteriore vantaggio.. ed ora si ritrova in lotta tra il trionfo e la soccombenza, di nuovo in mare aperto.. in questo stato precario di galleggiamento perenne.

 

Advertisements

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...