Chateau Musar 2000 – Buona la terza

Pubblicato: 4 aprile 2013 in Degustazioni, Riflessioni sul Vino

Era da tempo che non scrivevo di vino, e ciò non per carenza di spunti, ma piuttosto per il più pressante desiderio di leggerne, accumulare tesi e consigli da rielaborare in silenzio. Così, la mia decisione di rompere questo digiuno eno-descrittivo è dipesa da un “incontro” casuale, meritevole, a mio avviso, di una riflessione.

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Era sera tarda, ed un rampante Mazzamurello ancora pubere giaceva nel quadrante basso del mio tavolo di degustazione. Le luci calde dell’Abraxas, mia “Tana delle tigri”, fungevano da riflettori allo spettacolo di profumi e colori offerto dalle invenzioni di Tommaso. Il mio amico Nando era intento a raccontarmi la sua Africa, quando ad un tratto, preso da un’inarrestabile necessità di condivisione, scappò via ed il mio sguardo lo perse. Il tempo di un’affannosa ricerca in cantina, ed era di nuovo sotto i miei occhi. L’eletto da condividere era un inconfondibile Chateau Musar, annata 2000, fiore all’occhiello della tenuta mediorientale di monsieur Serge Hochar.

Ricordo perfettamente il momento in cui, per la prima volta, ordinai quella bottiglia. Era il 2009 ed ero insieme a mio fratello, sempre in quel dell’Abraxas. Rituale dello stappo, mescita e primissimo assaggio: allucinante. Incomprensibile quanto atipico scorreva sulla mia lingua un vino per me nuovo. Nulla, sino ad allora, poteva aiutarmi a descrivere la sensazione di delusione e di sorpresa provata al primo assaggio. Un vino scarico nel colore quanto nel bouquet olfattivo, in cui frutti rossi ad affanno riuscivano a soggiungere alla percezione, prevalsi maestosamente da un sentore di stallatico più che dominante. Una esperienza in più, mi dissi. Un’etichetta in meno da saggiare. Non ci avevo capito molto, o forse non credevo ci fosse bisogno di capire molto di più. Fatto sta che non ci pensai oltre.

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Non ci pensai fino al Maggio del 2012, quando mi recai al London Wine Fair, a Londra. Ebbene, durante l’estenuante serie di assaggi che mi vide partecipe, lo scorso Maggio ebbi l’onore di trovarmi faccia a faccia proprio con lui, il mitico Serge Hochar. Un uomo apparentemente semplice, con schiocche rosse a colorare un viso ringiovanito dal meritato successo, chioma canuta e sopracciglia rinforzate. Durante la mia visita al suo angolo lì in fiera, ebbe a raccontarmi della sua esperienza enologica, e di quanto tenesse alla sua impresa in terra libanese. Quale migliore occasione per me? Era quasi commosso nel sentirmi parlare, sebbene con fare perplesso, del suo vino mediorientale. Gli spiegai che conoscevo quell’assemblaggio di Cabernet Sauvignon, Carignan e Cinsault, ma che pur non negando la sua originalità, proprio non mi era dato capire il perché di un vino così “selvaggio”. Perché spegnere le pur presenti note di frutta rossa, perché rendere recessivo l’aroma di foglia di tabacco al cospetto di quel sentore di stallatico?

Perché il Libano non è la Francia, e per questo vino ho pensato ad un’altra interpretazione. Se li facessi tutti uguali non avrebbe senso, e prima o poi mi scoccerei”, mi rispose seraficamente. Non indagai oltre, limitandomi a fissare per bene quelle parole. Forse veramente non avevo capito bene ciò che con quel vino si intendeva trasmettere o, forse, più semplicemente non era il mio vino.

Un buco di quasi un anno, fino alla sera del 3 Aprile 2013, quando inaspettatamente il mio amico Nando me lo porge sotto il naso a sorpresa.

Venne il tempo del terzo assaggio. Stavolta non mi sfuggirà il senso di questo campione, mi dicevo. Nuovo rituale dello stappo, nuova mescita. Ecco finalmente il vino dalla stella in pectore cadere nel mio bicchiere, ed ecco le mie sensazioni:

I primi riflessi giungenti all’occhio sono in grado di suggerire il colore di quel vino, fatto di un rosso granato con sbiadite nuances color rubino. Ad indicarne la poca penetrabilità, i pochi e sottilissimi fasci di luce in grado di attraversare lo spazio da curva a curva del bicchiere, sintomo di una consistenza buona se non ottima. A completare l’aspetto esteriore una velatura fatta di micro residui, tipica della lavorazione in biologico. Al naso poca comunicazione in versione bicchiere statico, molta di più in mosso. Frutta di bosco e frutta secca, tabacco e cioccolato, sentori animali e percezione stallatica. Il tutto intervallato da momenti di sovrapposizione e coro, sbandamenti olfattivi e riprese fruttate. Al palato una buona armonia, fatta di conferme di quanto colto al naso. Grande calore e discreto corpo, a supportare sensazioni di prevalente morbidezza e buona persistenza, per un universo sensoriale in cui il cioccolato e la frutta candita in fine ne escono vittoriosi.

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Un altro vino dunque, svelatosi a me solo dopo due corteggiamenti non ricambiati ed un terzo incontro occasionale. Un capolavoro, probabilmente, ancora non in grado di convincermi del tutto, ma sicuramente meritevole di nuovi assaggi da conservare per il futuro.

Oggi son certo, si può cambiare idea come si può restare delle proprie idee, ma la differenza tra l’una e l’altra posizione talvolta è molto molto sottile..

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