Archivio per la categoria ‘Riflessioni sul Vino’

Cecità. Questa credo sia la migliore espressione per definire ciò che sta accadendo al mondo della gastronomia negli ultimi anni. Le luci si spengono, le poche stelle non bastano a far luce, le idee sono sempre meno brillanti, e oscuri propositi si fanno spazio in un terreno sempre più disseminato di cadaveri e carcasse.

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Assistiamo oramai incessantemente all’avvicendamento di “non addetti ai lavori” e “non adatti ai lavori”, che nella speranza di trasformare le proprie vite in vite da ristoratori di successo si affidano a pratiche assurde onde arrivare a ciò che inseguono, dimenticando o ignorando letteralmente cosa significhi “FARE ristorazione”.

Così, cibi inservibili affollano i tavoli di locali nati da parti plurigemellari, monotonie in forma di Menu campeggiano per qualche mese in “non luoghi” del gusto prima di finire – nella migliore delle ipotesi – tra la carta da riciclare.

Uno dei problemi è che per qualche strano motivo c’è chi crede che cucinare sia una cosa semplice, e che dunque arricchirsi vendendo cibo cucinato passi solo attraverso la creazione di un’impresa volta a tale scopo. Il fatto è che indipendentemente dal grado di conoscenza e dalla capacità di classificare “il buono” di chi è posto all’assaggio, fortunatamente il tempo è ancora dalla parte di chi fa del proprio lavoro una missione.

“Ascoltare” il piatto è molto più che mettersi lì a scomporre gli elementi che lo compongono per indovinarne la combinazione ed analizzarne la singola qualità o il più o meno riuscito accostamento. Ascoltare il piatto è capirne la genesi, indovinarne il percorso formativo, dell’idea prima che della realizzazione. Ascoltare il piatto è comprendere dove esso vuole arrivare, sostituirsi per un istante all’autore e figurarsi cosa voleva “dire” con quella realizzazione.

Molte, moltissime volte, ci troviamo dinanzi a delle opere apparentemente belle, talvolta ardite e ben fatte, ma sentiamo che qualcosa non torna; come se quelle bellissime opere non fossero in grado di raccontare altro che la propria sostanza, senza suggerire alcuna storia, alcun sentiero. La sensazione è che chi le ha generate le abbia immaginate così come sono, limitandosi a trasformare della materia prima in materia ultima. Prendendo ad esempio un viaggio, è come se in quei casi i piatti avessero preso l’aereo per attraversare il sentiero di montagna, tralasciando in tal modo il bagaglio sensoriale del cammino.

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Quando penso a un’ispirazione penso ad alcuni interpreti simbolo. Come Massimo Bottura, che quando ha pensato alle “Quattro stagionature di Parmigiano” è andato ben oltre il piatto, ben oltre l’arrivo. In quella sua creazione c’è la volontà di trasmettere una passione secolare, la storia di un popolo, lo sforzo dell’attesa e la capacità di espressione di un singolo elemento. Con quel piatto Bottura ha secolarizzato un’icona, senza con ciò intaccarne la sua sacra immagine.

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Come Rosanna Marziale, che con il suo monologo sulla Mozzarella di Bufala ha inteso risvegliare quel Fanciullino Pascoliano che è in ognuno, ed anzi è andata oltre, sino a giungere all’innato desio di suzione che accompagna l’uomo da sempre, accontentando con le sue interpretazioni un arcaico bisogno di nutrimento e protezione.

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Ma anche come Nando Salemme, che con la disarmante semplicità dei suoi piatti –  valgano da esempio la “Liatina” ed il “Panino con la polpetta” – ha inteso riportare il baricentro del giudizio in basso, offrendo al popolo, al commensale comune, il potere di valutare il piatto, destituendo il sistema delle rivoluzioni dall’alto, per tornare alle origini, al concetto più puro della gastronomia popolare.

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Quando si è dinanzi ad un portento non c’è bisogno di ragionare tanto, poiché bastano i sensi per capire tutto ciò che c’è da capire. Una linea invisibile lega i luoghi del gusto di tutto il mondo. Andrè l’Escargot a New Plymouth, La Sangiovesa a Santarcangelo di Romagna, In de keuken ad Amsterdam, Qasr al wali ad Aleppo, apparentemente non hanno nulla in comune, eppure in quelle cucine si parla la stessa lingua, ed in quelle sale si provano le stesse emozioni. Quando passi da Zazie a Bologna senti la frutta gridare, e se il passo ti porta sino alla paninoteca di Ciro Mazzella al Monte di Procida la saliva inizia a riempirti la bocca.

La qualità, dunque, vince la cecità. Nessun giudizio, nessuna classifica, nessun sogno di arricchimento condurrà al traguardo. Fare ristorazione è correre una maratona che dure tutta la vita, dunque non serve a nulla passare primi sotto il primo striscione o prendere una scorciatoia credendo di poter rimanere al comando per sempre, poiché la realtà prima o poi raggiunge tutti.

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Era da tempo che non scrivevo di vino, e ciò non per carenza di spunti, ma piuttosto per il più pressante desiderio di leggerne, accumulare tesi e consigli da rielaborare in silenzio. Così, la mia decisione di rompere questo digiuno eno-descrittivo è dipesa da un “incontro” casuale, meritevole, a mio avviso, di una riflessione.

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Era sera tarda, ed un rampante Mazzamurello ancora pubere giaceva nel quadrante basso del mio tavolo di degustazione. Le luci calde dell’Abraxas, mia “Tana delle tigri”, fungevano da riflettori allo spettacolo di profumi e colori offerto dalle invenzioni di Tommaso. Il mio amico Nando era intento a raccontarmi la sua Africa, quando ad un tratto, preso da un’inarrestabile necessità di condivisione, scappò via ed il mio sguardo lo perse. Il tempo di un’affannosa ricerca in cantina, ed era di nuovo sotto i miei occhi. L’eletto da condividere era un inconfondibile Chateau Musar, annata 2000, fiore all’occhiello della tenuta mediorientale di monsieur Serge Hochar.

Ricordo perfettamente il momento in cui, per la prima volta, ordinai quella bottiglia. Era il 2009 ed ero insieme a mio fratello, sempre in quel dell’Abraxas. Rituale dello stappo, mescita e primissimo assaggio: allucinante. Incomprensibile quanto atipico scorreva sulla mia lingua un vino per me nuovo. Nulla, sino ad allora, poteva aiutarmi a descrivere la sensazione di delusione e di sorpresa provata al primo assaggio. Un vino scarico nel colore quanto nel bouquet olfattivo, in cui frutti rossi ad affanno riuscivano a soggiungere alla percezione, prevalsi maestosamente da un sentore di stallatico più che dominante. Una esperienza in più, mi dissi. Un’etichetta in meno da saggiare. Non ci avevo capito molto, o forse non credevo ci fosse bisogno di capire molto di più. Fatto sta che non ci pensai oltre.

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Non ci pensai fino al Maggio del 2012, quando mi recai al London Wine Fair, a Londra. Ebbene, durante l’estenuante serie di assaggi che mi vide partecipe, lo scorso Maggio ebbi l’onore di trovarmi faccia a faccia proprio con lui, il mitico Serge Hochar. Un uomo apparentemente semplice, con schiocche rosse a colorare un viso ringiovanito dal meritato successo, chioma canuta e sopracciglia rinforzate. Durante la mia visita al suo angolo lì in fiera, ebbe a raccontarmi della sua esperienza enologica, e di quanto tenesse alla sua impresa in terra libanese. Quale migliore occasione per me? Era quasi commosso nel sentirmi parlare, sebbene con fare perplesso, del suo vino mediorientale. Gli spiegai che conoscevo quell’assemblaggio di Cabernet Sauvignon, Carignan e Cinsault, ma che pur non negando la sua originalità, proprio non mi era dato capire il perché di un vino così “selvaggio”. Perché spegnere le pur presenti note di frutta rossa, perché rendere recessivo l’aroma di foglia di tabacco al cospetto di quel sentore di stallatico?

Perché il Libano non è la Francia, e per questo vino ho pensato ad un’altra interpretazione. Se li facessi tutti uguali non avrebbe senso, e prima o poi mi scoccerei”, mi rispose seraficamente. Non indagai oltre, limitandomi a fissare per bene quelle parole. Forse veramente non avevo capito bene ciò che con quel vino si intendeva trasmettere o, forse, più semplicemente non era il mio vino.

Un buco di quasi un anno, fino alla sera del 3 Aprile 2013, quando inaspettatamente il mio amico Nando me lo porge sotto il naso a sorpresa.

Venne il tempo del terzo assaggio. Stavolta non mi sfuggirà il senso di questo campione, mi dicevo. Nuovo rituale dello stappo, nuova mescita. Ecco finalmente il vino dalla stella in pectore cadere nel mio bicchiere, ed ecco le mie sensazioni:

I primi riflessi giungenti all’occhio sono in grado di suggerire il colore di quel vino, fatto di un rosso granato con sbiadite nuances color rubino. Ad indicarne la poca penetrabilità, i pochi e sottilissimi fasci di luce in grado di attraversare lo spazio da curva a curva del bicchiere, sintomo di una consistenza buona se non ottima. A completare l’aspetto esteriore una velatura fatta di micro residui, tipica della lavorazione in biologico. Al naso poca comunicazione in versione bicchiere statico, molta di più in mosso. Frutta di bosco e frutta secca, tabacco e cioccolato, sentori animali e percezione stallatica. Il tutto intervallato da momenti di sovrapposizione e coro, sbandamenti olfattivi e riprese fruttate. Al palato una buona armonia, fatta di conferme di quanto colto al naso. Grande calore e discreto corpo, a supportare sensazioni di prevalente morbidezza e buona persistenza, per un universo sensoriale in cui il cioccolato e la frutta candita in fine ne escono vittoriosi.

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Un altro vino dunque, svelatosi a me solo dopo due corteggiamenti non ricambiati ed un terzo incontro occasionale. Un capolavoro, probabilmente, ancora non in grado di convincermi del tutto, ma sicuramente meritevole di nuovi assaggi da conservare per il futuro.

Oggi son certo, si può cambiare idea come si può restare delle proprie idee, ma la differenza tra l’una e l’altra posizione talvolta è molto molto sottile..

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Nessuno studia, pochi lo bevono, criticano tutti. Sembra questo il motivo costante ad accompagnare l’era del vino in rete.

Che ci piaccia o meno sta tramontando (è tramontata?) l’epoca della stampa su carta, ed il presente è un’entità virtuale, “virtualizzata” in tutti i sensi. Ciò che in precedenza era l’approfondimento ora si riassume in un tweet, e l’attesa spasmodica di una storia scritta in carattere Courier trapunta di foto in bianco e nero, è ora soppiantata irrimediabilmente da un ammasso di foto coloratissime, sotto le quali striminzite descrizioni sembrano accompagnare a forza quelle immagini cariche di “significato”.

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Il processo di qualificazione è stato letteralmente spazzato via dall’ondata di blog, moltiplicatisi come cellule impazzite nel mare magnum del web, così che al comune lettore non è dato più di sapere l’origine di un articolo. In tale condizione, in cui volontariamente ci siamo cacciati, ogni affermazione apparentemente critica assume una leggerezza assoluta, finendo vittima indistinta del virus più diffuso sul web, ovvero del concetto più in voga nelle terre di confine, il  “tutto e il contrario di tutto”.

Dando uno sguardo a ciò che si scrive oggi di vino & co. su pagina elettronica, sembra incappare costantemente nello stesso paradigma. Chi si mette a battere sui tasti del computer è come se dicesse “se sembra a me allora è vero”. In tal modo si costruiscono delle realtà virtuali, fatte di convinzioni senza fondamenta, idee atecniche di una realtà molto più complessa di come appare, e di quella che parrebbe potersi riassumere con le prime impressioni che suscita.

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C’è da sorprendersi? Si, anzi no. Riflettiamo, siamo nel mondo dell’istruzione, della specializzazione, della settorializzazione. Eppure non c’è lavoro, la scuola non ti conduce a vita serena, i titoli sono carta straccia. E allora? E allora non c’è da sorprendersi se il risultato di tale non-corrispondenza tra l’edificato e l’abitabile sia il proliferare di rifugi mentali più che letterari, in cui le più variegate versioni della realtà prendono ad esistere più per sfogo che per vera convinzione.

..Questo è buono, questo no, quello merita un voto alto, quello non berlo mai.. Sentenze monocratiche fanno il pieno di “Mi piace” in rete, adepti inconsapevoli offrono il proprio tempo a riflessioni improvvisate, analisi monche di scienza si calcificano nei discorsi dissennati di Sunday tasters.

Tutti felici? E’ allarmante, ma sembra di si. La società, quella del vino, non si interroga sul problema. Dopo tutto, quelli più avveduti sanno come sfuggire agli incantatori. Ma il problema esiste. L’opinione, che per sua stessa natura è influenzabile, è già vittima della permeabilità della rete, enciclopedie no-cost spopolano nel mondo virtuale.

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L’epoca del Così è (se vi pare) è già in corso, la verità è oramai un elemento trascurabile, il partito del gutturale è in netto vantaggio

Passa il tempo, inesorabilmente. Le cose e le persone cambiano, i sistemi si evolvono o, più spesso, si involvono. Ed io son qui a parlarne. Poiché, dopo aver riflettuto a fondo sulla possibilità di questo intervento in favore della “verità”, intesa nella sua accezione più profonda, sono giunto alla conclusione che ogni giorno, tacendo, si finisce per foraggiare un mostro, che dopo aver mietuto tutte le sue vittime, finirà per finire sé stesso.

E ciò è un tormento dell’anima.

Il sentimento che prevale in me, dopo aver approfondito la conoscenza del moderno mondo eno-gastronomico, è, decisamente, lo sconforto.

Osservo talenti lasciarsi rapire da una branca di squali interessati al tintinnio del denaro prodotto dalla loro aura che, paradossalmente, nell’atto di raggiungere il suo massimo splendore, finisce per glissarsi e spegnere in quegli astri la scintilla vitale, riconsegnandoli inevitabilmente all’ombra.

Osservo ragazzi dalle buone mani emergere dal nulla in un tempo prima inimmaginabile, aiutati ora da una penna impugnata da una mano potente, ora da un programma televisivo studiato al tavolino per produrre consensi. Ma è tutto un bluff. E quando i riflettori si spengono inizia la vera vita, un po’ più interessante, ma talmente cruda da lasciargli scoprire di essere stati affetti dalla sindrome di  Truman (Show)

Osservo potenzialità strozzate dall’incapacità di vestire i panni dell’attore, uomini o donne affannare nel tentativo di convincere gli altri del proprio estro, e vedo in loro la straziante delusione generata dal fallimento indotto da un sistema cannibale.

Ma ciò non è il peggiore dei mali. Il vero dramma risiede nella riluttanza di quegli stessi prigionieri nell’aprirsi al dialogo, anestetizzati come sono da abili incantatori. In tal modo il sistema genera agonia, lento declino dei valori e della verità. Il giusto diventa invisibile, ed il cielo si riempie di falsi soli. E colui che sarebbe potuto essere un silenzioso eroe del gusto, veste avidamente i panni del falso idolo, convinto che l’esser un buon cucinatore equivalga all’essere un esempio.

Ma cos’è la cucina se non un luogo d’incontro? Incontro di culture, di opinioni, di emozioni, di aberrazioni, di confronto, di scontro, di passione, di memorie..

Esiste un dove per ogni cosa, e la cucina non è luogo di elezioni o votazioni, non è luogo di supremazia, non è il set di un film, essa è piuttosto la bottega del mago.

Mi si dica, dunque, è veramente questo ciò che vogliamo? Abbiamo noi bisogno di nuove icone da copertina? E’ a ciò che tendiamo quando, armati di grande passione, partiamo e percorriamo l’Italia o il mondo alla ricerca di una nuova alchimia?

Smettano, dunque, i panni delle star, e tengano per sé le foto plastiche, coloro che hanno creduto di poter volare solo perché si sono ritrovati improvvisamente in alto.

In nome della più profonda passione si faccia un passo in dietro, poiché, dopo tutto, non c’è arte senza umanità, e non c’è umanità senza rinunce…

 

Ad ogni uomo la sua veste fatta di gloria,

e ad ogni gloria il corpo di un uomo.

..Tempo..

L’uomo fa della gloria la sua armatura,

e la gloria difende nei secoli di un uomo l’anima…

E’ con queste poche parole che annuncio ai miei lettori la mia “promozione” al rango più ambìto dagli scrittori di enogastronomia.

Da oggi una parte di me trasmigra da questa amata stanza per approdare al palazzo virtuale dell’Associazione Italiana Sommelier, alla quale presto la mia penna virtuale nel comune intento di favorire la progressione culturale in ambito enogastronomico del nostro Paese e dei lettori tutti.

Vi invito dunque a percorrere con me questo straordinario viaggio, che ci condurrà, se lo vorrete, alla scoperta dei più reconditi sentieri del gusto.

Si parte subito, appuntamento sul sito dell’ AIS Napoli.

Dopo aver personalmente curato un buon numero di recensioni attinenti il complesso quanto interessante mondo dell’enogastronomia, ritengo sia giunta l’ora, dal momento che avete avuto il tempo di conoscere il mio enopensiero, di spendere qualche parola in merito all’importanza dell’atto di scrivere.

Vi dirò che scrivere è ben oltre che raccontare, scrivere è fermare il tempo. Un po’ come accade per la fotografia o la pittura, infatti, lo scrivere permette di consegnare un momento, un atto o un fatto, all’infinito, o quanto meno ad una porzione di tempo tanto più infinita quanto ciò che è stato scritto è riuscito ad entrare nel cuore di chi lo ha letto.

Così, se questa nobile arte viene messa in opera con adeguata sapienza, la vita stessa assume un’altra forma, in quanto ogni cosa, che diversamente finirebbe la sua naturale corsa nel dimenticatoio, con la scrittura viene fissata in un dato luogo ed in un dato tempo, e nell’atto di essere scritta assume una forma permanente.

Prima ho accennato alla fotografia, e se ci pensate è proprio così che avviene anche per ciò che è raccontato. Delle righe ben realizzate, infatti, sono in grado di congelare un avvenimento in modo presso che identico all’originale, un originale pur sempre tratto dal punto di vista di chi scrive, ma non per ciò necessariamente diverso da quanto avrebbe potuto vedere chiunque altro.

Oggi posso affermare, (dopo aver scritto a lungo), che solo ciò che ho raccontato è ancora lì intatto. Diversamente, ogni cosa che ho lasciato in balia della memoria, beh, ritengo abbia assunto oramai un’altra forma, magari non meno affascinante, ma decisamente meno corrispondente all’originale vissuto.

In poche parole, rientrando nell’ambito che più intimamente ci appartiene, scrivere equivale a conservare un’annata di un gran vino, potendo però attingere da quella bottiglia in modo perpetuo, salvaguardando in tal modo il suo aroma per sempre, ed evitando il rischio che il fato o il tempo possano sottrarla al nostro o all’altrui giudizio. Ciò che è scritto esiste in eterno.

Ecco perché scrivere è una responsabilità macroscopica al cospetto del dire. 

Scrivere di vino e degli argomenti satellite che vi orbitano intorno, dunque, richiede un’assoluta cautela. Se oggi affermo che un vino è troppo acido, o che una pietanza mangiata in un dato ristorante è decisamente buona, involontariamente ho scolpito un dato, che nella mente di chi legge è vero.

Si noti bene, lungi da me l’asserire che le parole di chi scrive sono da prendere come vangeli. Ciò che cerco di dire, invece, è che il lettore che va alla ricerca di recensioni in ambito enogastronomico come negli altri, in realtà è posto in una posizione di svantaggio. Tale gap è rappresentato dall’effetto che potremmo definire “consenso-produttore”, che non è altro che la capacità di alcuni scrittori e opinionisti – in ogni ambito – di attirare (volontariamente o involontariamente) consensi verso le proprie tesi.

Faccio un esempio restando al vino:  Se un importante sommelier o un rinomato enogastronomo scrivono che un determinato vino di una specifica annata è peggiore di un’altra, il lettore (al di la del giudizio del proprio palato, per sua stessa natura libero) non sarà certo tentato dall’asserire il contrario. Dopo tutto il vero motivo che lo ha spinto a leggere quell’articolo è proprio la curiosità di sapere quale annata sia da preferire, ed ora che lo sa non sentirà certo il bisogno di scardinare quella teoria. Così è nella maggior parte dei casi. Quando ciò accade, ovvero spessissimo, il consenso-produttore avrà funzionato.

Chi scrive lo sa, o lo dovrebbe sapere.

A questo punto abbiamo due certezze: 1. Ciò che viene scritto rimane 2. Ciò che viene scritto è considerato “verità” dal lettore.

Scrivere diviene così un grande impegno con i lettori. Ma non solo con i lettori attuali, bensì con tutti i potenziali lettori, compresi quelli passati e quelli futuri. Tale impegno si sostanzia in un giuramento di dedizione ed approfondimento, di attenzione ed imparzialità, ma soprattutto di indipendenza.

Narrare la storia equivale a farla, ecco l’impegno dello scrittore: raccontare senza barare.

 

Ci sono persone che nascono per vivere una vita tranquilla, persone che si accontentano di rincorrere sogni noti a tutti, incamminandosi per quelle vie del successo che tanti prima di loro hanno percorso. E poi ci sono persone ambiziose, tenaci e tendenti alle grandi imprese. Persone dagli obiettivi arditi, uomini che non si accontentano di “arrivare” poiché ciò che li tiene realmente in vita non è sapere che esiste un traguardo, ma essere coscienti che dinanzi a loro vi è un sentiero affascinante da percorrere.

Quelli di Birra ed oltre, tre ragazzi decisamente ambiziosi oltre che ragionevolmente “folli”, appartengono decisamente alla seconda categoria.  Sto cercando di dire che aprire una birroteca in una città dove il cibo è considerato componente essenziale di ogni uscita serale che conduca ad accomodarsi su una sedia.. beh è decisamente una scelta azzardata. Basti pensare che, a prescindere dall’indicatività dei dati, se si prova a digitare “birroteca a Napoli” sul motore di ricerca di Google vengono fuori 7.970 risultati, mentre se si scrive “birreria a Napoli” il risultato è di 1.700.000 voci; se poi si prova a digitare  “pub a Napoli” il risultato sale a 21.600.000 pagine web. Il dato, lungi dall’essere veritiero – considerando che un solo pub può essere presente in migliaia di pagine, o che la ricerca può considerare anche parole inserite in un testo e non attinenti lo scopo dell’indagine – è però utile a comprendere la notevole differenza in termini di presenza sul web – e dunque anche in termini di appetibilità di mercato – di un’attività al cospetto di un’altra.

D’altronde, riferendosi all’incidenza della componente cibo sulla scelta del posto da eleggere per una potenziale serata da spendere fuori, possono citarsi le esperienze vissute da decine, forse centinaia, di imprenditori napoletani in un mondo gemellato con quello della birra, ovvero quello del vino. Quelli di noi che frequentano Napoli e la Campania da un po’ di anni ricorderanno, infatti, quanti gestori sono stati costretti, dopo aver iniziato con l’apertura di Wine Bar puri (intendo dire senza cucina, niente menù, ed a limite solo qualche stuzzichino) a modificare completamente le loro ambizioni, finendo nella maggior parte dei casi per cessare la propria attività, e nelle altre ipotesi per trasformarla in un Ristorante in piena regola.

Possibile che esista ancora un gruppo, seppur sparuto, di uomini disposti a rischiare i propri capitali ed il proprio tempo in un’impresa tanto ardua? La risposta è implicita, si. Ed un esempio di una tale risposta è ritrovabile in Via S. Maria della libera al Vomero… Napoli, dove in un parallelepipedo altrimenti insignificante, tre ragazzi armati della più potente arma in natura – la passione – hanno deciso di affrontare la sorte in nome di qualcosa di più alto..

Birra ed Oltre, ovvero due porte di vetro, poi l’unica sala nella quale su una parete sono disposte in scaffali secondo un ordine geografico più di cento tipologie di birra. Così, osservando quella collezione si ha la sensazione di poter girare il mondo in pochi minuti: Italia, Germania, Belgio, Olanda, Norvegia.. fino ad arrivare negli Stati Uniti o in Giappone. Una gamma per assecondare un po’ tutti i palati, una varietà attentamente selezionata ed in continua espansione, il tutto finemente orchestrato da persone estremamente semplici, tanto che sedersi per degustare una birra sotto gli occhi dei creatori di quel piccolo mondo, equivale a sedersi accanto ad un amico.

Ma non lasciatevi ingannare.. non c’è solo la birra, o, per meglio dire, spesso la birra non è sola. Ci sono altri prodotti altrettanto interessanti, come ad esempio il Panettone realizzato dai maestri pasticcieri del Ristorante Le Colonne di Caserta, non un panettone qualsiasi ovviamente, un panettone alla birra! Ma non finisce qui, per i Napoletani veri, inossidabili amanti del caffè a tutto campo, qui troverete la birra “Na Tazzulella ‘e caffè”, si si.. è proprio una birra al caffè, la produce un birrificio Campano denominato Karma.

Tirando le somme del discorso affrontato sin ora sono in debito di una spiegazione. Vi ho detto del coraggio di Gianluigi e i suoi compagni, certo, vi ho spiegato cosa potete trovare facendogli visita. Mi manca, tuttavia, di dirvi il perché di ciò. Ora avete due opportunità per conoscere la risposta: la prima è recarvi in Birroteca da loro e chiederlo di persona, l’altra è leggere le ultime righe di questo mio articolo.

Ok, avete scelto la via in discesa. Ebbene, la sera in cui mi recai in Birroteca ebbi l’opportunità di discutere a lungo con Gianluigi, un ragazzo estremamente accomodante e decisamente preparato. Vi dirò che, nonostante il mio innato scetticismo verso ogni azione realizzata dall’uomo in antitesi con il proprio interesse economico, ho capito che ci sono persone che agiscono ancora perché mossi dai propri ideali. Realizzare una birreria sarebbe stato decisamente più semplice oltre che più sicuro. Ma nonostante ciò loro hanno scelto di percorrere un’altra via, molto più irta e molto meno battuta, ma decisamente più affascinante. Hanno sfidato l’enigma in nome della propria passione. In questo mondo in cui tutto ha un prezzo, c’è ancora qualcosa che non si paga: la cultura. Si badi bene, la cultura non l’istruzione. La cultura si dona, si mette a disposizione degli altri, ma non si vende. E ciò perché il trasferimento di essa da una mente all’altra presuppone un atto di amore reciproco e duplice.

La cultura, dunque, supera tutto, consentendo a coloro i quali ne perpetuano la diffusione di andare oltre i ragionamenti logici, oltre i calcoli, e talvolta oltre i propri interessi. Ma, allo stesso tempo, se compresa può ricompensare come nessuna moneta è in grado di fare..